“Forse c’è qualcosa che proviene da radici ancora più profonde, un’affinità con una certa cultura e mentalità, che risale forse a secoli fa.” – Harry Gruyaert
Pubblicato di recente da Tamigi e Hudson, "Homeland", opera del fotografo di Magnum Harry Gruyaert, è un ritratto avvincente e cinematografico del suo Belgio natale.
Figura di enorme influenza nella fotografia a colori contemporanea, Harry Gruyaert è nato ad Anversa nel 1941. Inizialmente ha studiato fotografia e cinema, iniziando la sua carriera come direttore della fotografia per film fiamminghi prima di trasferirsi a Parigi negli anni '1960 e iniziare a fotografare la vita di strada. Nei decenni successivi ha viaggiato in tutto il mondo, affermandosi come uno dei fotografi a colori più innovativi della sua generazione, noto per le sue affascinanti rappresentazioni della vita quotidiana in tutto il mondo.
Attratto dall'energia al neon degli Stati Uniti e dalle vibranti tavolozze di India, Egitto e Marocco – dove realizzò alcune delle sue opere più suggestive – Gruyaert tornava regolarmente in patria, ma raramente la guardava con lo stesso interesse artistico riservato a quei luoghi più "esotici". Ai suoi occhi di giovane, il Belgio era una terra di grigiore opprimente e di rigida tradizione cattolica; semplicemente un luogo da cui fuggire, piuttosto che da immortalare.
La struttura del libro riflette questo iniziale distacco. Si apre con una serie di immagini in bianco e nero austere, un'immersione monocromatica nel Belgio "grigio" da cui Gruyaert aveva cercato di fuggire. Come osserva Brice Matthieussent nell'introduzione, le prime fotografie di Gruyaert dedicate alle processioni religiose rappresentavano quasi una forma di "vendetta" contro un'educazione rigida. In netto contrasto con le immagini ricche di colore per cui è rinomato, queste fotografie monocromatiche fungono da punto di riferimento storico fondamentale, mostrando il punto di partenza di un fotografo che una volta affermò di scattare in bianco e nero semplicemente perché "non vedeva alcun colore" nell'ambiente circostante.
Eppure, gradualmente, al suo ritorno dai luoghi lontani che avevano affinato così bene il suo occhio per il colore, iniziò a scoprire "la bellezza della banalità" nelle scene quotidiane della sua terra natale. Fortemente influenzato dalla Pop Art e dalla tradizione pittorica fiamminga, Gruyaert iniziò a trattare il colore come uno strumento strutturale, usandolo per "scolpire" il mondo. Che si tratti del fascino sgargiante di un carnevale ad Anversa o del bagliore solitario e hopperiano di una vetrina a Liegi, queste scene sono intensificate da tonalità dense e compatte che trasformano la vita di tutti i giorni in composizioni surreali e cinematografiche, permeate da un senso di tensione.
Le immagini dimostrano la maestria nell'uso della luce e dell'ombra per cui Gruyaert è rinomato: il modo in cui una singola insegna al neon fende l'oscurità del crepuscolo, o come il sole cattura la lucentezza plastica di un telo rosa drappeggiato su una pila di pallet. Le sue composizioni spesso sembrano scene cinematografiche meticolosamente pianificate, dove ogni elemento, da un cane randagio a una ciminiera in lontananza, contribuisce a una narrazione silenziosa e incalzante.
C'è una netta ironia nel fatto che questa raccolta forse racchiude al meglio la filosofia di Gruyaert. Dove era un outsider in Marocco or IndiaNaturalmente, i momenti della vita quotidiana apparivano più vividi al suo occhio straniero; ma qui, nella quiete delle Fiandre, la sua capacità di trasformare il banale in quadri cinematografici si rivela in tutta la sua pienezza. Attraverso la distanza e il tempo, ha trovato qualcosa di nuovo in un luogo così familiare, richiamando alla mente l'adagio secondo cui il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi.
Tutte le immagini © Harry Gruyaert / Magnum Photos
Patria è pubblicato da Thames & Hudson ed è disponibile qui.